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Castelvetro Il monologo “Srebrenica” ha commosso i giovani pellegrini

Un’ora e mezzo di monologo che ha tenuto tutti incollati, nonostante le fatiche del cammino. Un viaggio intenso e profondo in una delle ferite più dolorose della recente storia europea.

CASTELVETRO  Comincia a farsi sentire la stanchezza fra i giovani pellegrini modenesi, dopo tre giorni di cammino. Un cammino che ieri li ha portati da Castelvetro a Pavullo: prima il tratto a piedi fino a Ospitaletto, poi in autobus fino a Pavullo. Diversi i luoghi significativi incontrati dai pellegrini in giornata: prima il luogo dove visse don Luigi Lenzini, poi la chiesa di Pavullo dove si trovano i corpi dei coniugi Sergio e Domenica Bernardini. «Ogni promessa di Dio – ha detto il Vescovo Erio nella sua catechesi, presso l’oratorio di San Michele a Ospitaletto – passa attraverso l’accoglienza dell’altro. Chi accoglie il forestiero accoglie il Signore e chi accoglie il Signore non può essere indifferente di fronte al forestiero. Non pensiamo solo ai migranti, chiunque di noi è forestiero rispetto all’altro. L’accoglienza parte dal rispettare il mistero dell’altro e senza accoglienza non c’è fecondità».

 

Stamattina i pellegrini si sono messi in cammino verso Fanano. Nel pomeriggio l’incontro con le suore clarisse domani la partenza per Roma. 

 

Un viaggio in cui rifletteranno anche sullo spettacolo al quale hanno assistito a Castelvetro

 

Un’ora e mezzo di monologo che ha tenuto tutti incollati, nonostante le fatiche del cammino. Un viaggio intenso e profondo in una delle ferite più dolorose della recente storia europea. È stato questo e altro il monologo su Srebrenica, portato da Roberta Biagiarelli nella splendida cornice di piazza Roma, davanti ai giovani pellegrini e al folto pubblico di Castelvetro.


Uno spettacolo semplice e minimale, costituito quasi esclusivamente da un assedio di parole che aiutano a rivivere il dramma delle guerre balcaniche e ciò che, in particolare, accadde agli albanesi musulmani in territorio bosniaco, sotto il tiro dei serbi di Milosevic. Srebrenica, un paese di 4mila abitanti, dove da sempre convivevano albanesi islamici, serbi ortodossi e cattolici, dove tutti prendono il caffè allo stesso modo, diventa in pochi mesi il centro di un inferno, portato da odi etnici e nazionalistici. Prima un clima che si surriscalda, con le parole di odio del politico Radovan Karadzic e la nascita della repubblica serba di Bosnia. Poi una situazione che precipita ogni giorno di più: l’arrivo delle truppe serbe di Mladic, la prima pulizia etnica, la fuga degli albanesi nei boschi e le fiamme a distruggere le case musulmane.



Quindi il tentativo di riscatto di Oric che guida gli islamici alla riconquista della città facendo strage, stavolta, di serbi. E di qui un assedio a Srebrenica durato tre anni, con 40mila persone ammassate in una cittadina di 4mila abitanti. Si muore per fame, per i colpi dei cecchini o delle granate, che non risparmiano nemmeno gli asili. E la comunità internazionale, nell’inferno della Bosnia, prima è protagonista di un silenzio assordante, poi si convince all’impegno insufficiente e moralmente discutibile dei caschi blu. Tutto questo termina nel luglio 1995 con l’accordo di pace e l’abbandono di Srebrenica alle atrocità degli uomini di Mladic che, nel luglio 1995, si rendono responsabili della morte di più di 8mila persone. Una ferita ancora aperta e troppo spesso dimenticata raccontata in uno spettacolo forte e coinvolgente, drammaticamente attuale.


«Sono di Senigallia – ci spiega l’attrice Roberta Biagiarelli, al termine del monologo – e solo il mare mi separava da ciò che accadeva in Bosnia. Conoscere la storia di Srebrenica è stato un cammino che mi ha portato ad approfondire sempre di più, fino alla costruzione di questo spettacolo, frutto di interviste e documenti storici». Con Srebrenica è nato un rapporto sempre più forte che ha portato la Biagiarelli a tornare più volte in quelle terre ferite, facendosi portatrice di esperienze di solidarietà come quelle raccontate ne La TransuManza della Pace, documentario in cui si racconta della consegna di decine di mucche agli agricoltori bosniaci. «Auguro ai ragazzi – continua Roberta Biagiarelli – di rendersi persone consapevoli e capaci di conoscere la realtà che li circonda. Come abbiamo provato a raccontare nei mesi scorsi in Balcani d’Europa, ciò che è accaduto in queste terre prima del disastro è molto simile a quello che vediamo accadere oggi in Europa». —



 

Pubblicato su Gazzetta di Modena