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Mirandola, incendia la sede della polizia municipale: due morti e 20 intossicati - La ricostruzione e i retroscena

Due donne morte, un'anziana e la sua badante, due feriti gravi e 20 persone intossicate. È il bilancio di un incendio appiccato nella sede della polizia locale di Mirandola, nel Modenese. Il rogo, di origine dolosa, è partito dal piano terra, dove si trovano gli uffici ed h coinvolto l'intera palazzina. Individuato il  responsabile del gesto, un ragazzo di origine marocchina che è stato arrestato.

FUGGE DALL'OSPEDALE, BRUCIA LA SEDE DEI VIGILI E PROVOCA DUE MORTI

Non sono neppure le 23 di lunedì quando a Camposanto un passante nota un uomo a terra, in mezzo alla strada. Lo soccorre, lo porta alla vicina Croce blu e non può nemmeno lontanamente immaginare quello che accadrà poche ore dopo. Quando quel ragazzo, in fuga dall’ospedale di Mirandola, saccheggerà e darà fuoco al comando intercomunale della polizia municipale della città dei Pico. Provocando due morti, parecchi intossicati ed un disastro immenso. Sul piano umano, istituzionale, economico e politico-mediatico.


Hamed è solo un nome. Giovane, appena maggiorenne, magrebino, è in Italia da tempo. È comparso a Roma, dal nulla, quale tempo fa, e prima ancora a Genova, quando ha creato i primi problemi a mezza via tra delinquenza e disagio psichico. Viene segnalato formalmente la prima volta ad ottobre 2018, sempre a Roma. Ha nomi, età e nazionalità diverse. In maggio, dopo una rissa e un episodio di resistenza, viene arrestato come algerino 19enne e il 14 gli viene notificato un decreto di espulsione. Ha sette giorni per allontanarsi volontariamente dall’Italia. Dopo sei eccolo per strada, a Camposanto, sotto la pioggia.


Dalla Croce Blu parte una chiamata al 118. Il giovane presenta contusioni, così la centrale decide di mandare l’automedica. Sono le 23.15. Il medico visita il paziente, che non dice una parola in italiano, e riscontra che potrebbe esserci una ipotermia. L’ambulanza trasporta Hamed al Pronto Soccorso di Mirandola. Il medico, alle 24, effettua una nuova valutazione e lo fa accomodare in un ambulatorio, dove gli viene somministrata una flebo reidratante. È l’una passata da pochi minuti quando il medico va a verificare le condizioni del paziente. E trova la stanza vuota. Hamed si è strappato i presidi ed è fuggito.

Un fantasma senza nome in giro per Mirandola. I sanitari avvisano il 112. Poco più tardi il magrebino riappare in centro. Si imbatte nel portone di ingresso della municipale e bussa. Parole incomprensibili, da due colpi e la porta si apre. Dentro non c’è nessuno. L’uomo si trova “solo al comando”. Rovista qua e là e, per un movente solo lontanamente ipotizzabile, accatasta carta e appicca il fuoco. Non prima di essere uscito e rientrato. Non prima di essersi impossessato di un giubbotto antiproiettile che indossa, così come uno dei cappelli di ordinanza. E persino di due coppe sportive.


Poco più tardi un cittadino segnala al 112 uno strano individuo nella zona dei viali, poco lontano. Viene inviata una pattuglia di militari. Sono di San Felice. Notano l’individuo e fanno per fermarlo. Ma quello li aggredisce. Lo mettono in sicurezza, l’uomo urla. Ma non abbastanza perché i militari possano accorgersi che poco distante - sono nel frattempo arrivate le 2 della notte - sta divampando un incendio, nel comando di via Roma 6. Poi una intuizione che diventa presto una certezza. La pattuglia raggiunge via Roma. Poco dopo mostreranno al primo agente intervenuto il giubbotto antiproiettile e il cappello. Riconosciuti. La prova provata che era stato lui, Hamed, a provocare la tragedia che si sta consumando. L’uomo viene trattenuto sul posto, dove sopraggiungono altri agenti della municipale i carabinieri di San Prospero e di Mirandola. Arrivano i vigili del fuoco, le ambulanze, l’elicottero.


«Vivo qui accanto - racconta un agente della municipale - ho sentito uno scoppio, poi l’allarme antincendio che suonava. Sono sceso e le fiamme ormai si levavano dalle finestre e dalla porta di ingresso. Sono corso sul retro, ad aprire il portone che si affaccia su via Cavour per tentare di far scendere le persone che abitano ai piani superiori». Già, sopra al comando abitano numerose famiglie. E sono in trappola. «Fumo denso ovunque. La gente dai piani alti urlava». Saranno salvati dai vigili del fuoco, con le autoscale.

Non tutti, purtroppo. Quando più tardi i vigili del fuoco riescono a penetrare nel palazzo, trovano i corpi ormai esanimi di Marta Goldoni, 85 anni, e della sua badante Yaroslava Kryvhruchko, 73 anni. Moriranno. Il marito di Marta è gravissimo, gli altri residenti sono intossicati. Per Mirandola è un incubo.

 

HAMED IL RAGAZZINO ESPULSO ARRIVATO PER CASO A MIRANDOLA

. Hamed Amin è il nome che compare sul provvedimento di arresto in flagranza dei carabinieri che gli contestano subito il furto aggravato e il danneggiamento a seguito di incendio al comando della municipiale. Poi - appena si saprà delle due vittime - viene indagato dal pm Pasquale Mazzei anche delle due morti e delle lesioni gravi come “conseguenza di altro delitto”.


Hamed ha detto di avere 17 anni e di essere marocchino, ma nei 15 mesi in cui è stato in Italia ha collezionato almeno sei “alias”. Il 14 maggio, durante l’arresto avvenuto a Roma, sostiene ad esempio di avere 22 anni e di essere algerino. Proprio in quel contesto con l’accusa di resistenza a pubblico ufficiale riceve poco dopo un provvedimento di espulsione dall’Italia che sarebbe scaduto ieri, martedì: aveva infatti 7 giorni per andarsene.

E tra le ipotesi investigative vi è anche il fatto che fosse davvero intenzionato a farlo, trovandosi sulla linea ferroviaria che porta verso il Brennero. Come non si esclude che il ragazzino abbia sfogato la sua frustrazione per quell’espulsione, accanendosi contro il comando di una forza di polizia, magari scambiando quella di Stato con la municipale anche a causa delle sue difficoltà di parlare l’italiano. Solo ipotesi, che andranno verificate e che solo lui potrà spiegare.


Per ora, difeso d’ufficio dall’avvocato Fernando Giuri, ieri pomeriggio nell’interrogatorio in Procura a Modena davanti al dottor Mazzei ha scelto di avvalersi della facoltà di non rispondere.

Il passato recente di Hamed Amin è comunque piuttosto nebuloso. Nel decreto di espulsione risulta fosse arrivato a Lampedusa anche se in realtà, da quelle parti, non compare in alcun atto ufficiale. C’è chi sostiene sia stato anche accolto in almeno un paio di Case famiglia laziali per minori stranieri non accompagnati. Nel settembre 2018 appare a Fiumicino dove viene identificato e poco dopo è in Liguria nei pressi di Genova dove le forze dell’ordine lo controllano.


È addirittura allontanato dall’Italia e accompagnato oltre il confine a Ventimiglia, ma rientra illegalmente tornando a farsi notare a Roma dove colleziona alcune segnalazioni e denunce per reati di limitata gravità.

Poi l’episodio del 14 maggio, quando iniziano i sette giorni vissuti da fantasma fino a quando riappare, quasi per caso, in stato di ipotermia e pressoché stremato, nella tarda sera di Camposanto. Nella Bassa modenese, dove di lui non c’era mai stata traccia alcuna.

LE DUE VITTIME: MARTA E YAROSLAWA MORTE ASFISSIATE NEI LORO LETTI

Marta Goldoni e il marito Giuseppe Pelliciari vivevano da una quindicina d’anni nell’appartamento al secondo piano di via Cavour. Una casa assegnata con le graduatorie comunali per una coppia di anziani ancora lucidi. Lei, 85 anni, da un po’ di tempo aveva difficoltà a camminare: si spostava con l’ausilio di un deambulatore e nel letto, su suggerimento dei sanitari, erano state montate le sponde per evitare cadute notturne. Giuseppe, 86 anni, è invece ancora arzillo, pedala sulla sua bicicletta e non è inusuale vederlo fermo a chiacchierare lungo i viali con qualche amico. Nella loro famiglia, da circa due anni e mezzo, era arrivata Yaroslava Kryvoruchko, 73 anni, originaria dell’Ucraina e formalmente residente a Castelfranco Emilia. Era la seconda badante che i figli della coppia - Gianni, Gianna e Graziella - avevano individuato per accudire i genitori nonostante la loro presenza fosse costante. «Ogni mattina passavo di qua prima di andare a lavorare - spiega Gianni - e poi tornavo, lo avrei fatto anche ieri mattina se non ci avessero chiamato per dirci dell’incendio».


Tra i primi ad arrivare c’è Giuseppe “Pino” Napoletano, il genero. «Mi sono vestito di corsa - racconta - e sono arrivato. Non sapevo del disastro che stava accadendo e quando ho visto le due salme a terra mi si è avvicinato il sindaco. Gli ho chiesto spiegazioni e lui mi ha risposto che una delle vittime era probabilmente mia suocera. Una donna meravigliosa, che mi ha fatto da seconda mamma. Io sono originario di Caserta, sono arrivato a Mirandola 48 anni fa e Marta mi ha accolto in famiglia senza mai farmi mancare nulla. Sono distrutto e incredulo. Non doveva accadere una disgrazia di questo genere».


Nei pressi dell’abitazione inagibile arrivano anche Gianni con Natasha, la nipote di Marta e Giuseppe. Gianna e Graziella si sono invece precipitate a Cesena per avere informazioni sulle condizioni del papà, che è partito dall’ospedale di Mirandola in coma e non si è più svegliato: saranno decisive le prossime 48 ore per tentare di avanzare una diagnosi.


«Per me, figlia di genitori separati - dice con le lacrime agli occhi la nipote - la nonna era una seconda madre, mi ha cresciuto, mi ha dato tanto amore. Ora siamo in apprensione per il nonno, ma non posso dimenticare Marta, quello che ha fatto per me e per tutta la mia famiglia. Era una casalinga e ci ha accudito tutti con attenzione e amore.

SCAMPATI ALLA MORTE: "ABBIAMO CREDUTO DI MORIRE, URLAVAMO INTRAPPOLATI


«Pensavamo di morire. Urlavamo intrappolati nel fumo: abbiamo cercato di fuggire, ma inutilmente. Il fumo aveva invaso l’appartamento e ci siamo sdraiati a terra per avere un po’ di ossigeno. Mohamed Taha, il mio figlio più grande, ha aiutato i suoi fratellini a sdraiarsi a terra per respirare quel poco di ossigeno che era rimasto».


Ha sul volto l’espressione sollevata di chi è scampato all’orrore e alla tragedia Ali Farhi, 48 anni, residente con la moglie, i quattro figli di 13, 10, 9 e 2 anni e mezzo, nell’appartamento della palazzina Acer, esattamente di fronte all’alloggio dove abitavano le vittime dell’incendio. Ali veglia il figlioletto Taha, il più grande dei quattro, che ha aiutato a sdraiarsi a terra e protetto i tre fratellini durante quei momenti terribili: «Ha respirato più fumo di tutti, per questo è stato portato al Ramazzini, a Carpi, mentre mia moglie Ahlam Bourdi è rimasta a Mirandola con gli altri figli. Intorno alle 3 ci siamo svegliati per la colazione del Ramadan.

Avevamo sentito un po’ di odore di fumo in casa, quindi ci siamo messi a cercare l’origine di quelle esalazioni acri. Ma non abbiamo trovato nulla, pur avendo girato per tutta la casa. Ci siamo precipitati alla porta d’ingresso per scappare, ma era troppo tardi.

Mia moglie ha aperto la finestra, che dà esattamente sull’ingresso del Comando, per cercare disperatamente un po’ d’aria e una grande quantità di fumo è entrata da lì. Per fortuna, una delle camere non era ancora stata invasa completamente dal fumo. Ci siamo rifugiati lì, sdraiati a terra, mentre telefonavamo disperati a 112, 113 e urlavamo con tutto il fiato che avevamo in corpo. I primi ad arrivare sono stati i sanitari del 118. Ho buttato loro le chiavi dalla finestra per aprire l’ingresso».

Dopo qualche minuto sono arrivati i vigili del fuoco: hanno portato la famiglia fuori dall’appartamento grazie all’autoscala. «Ci hanno portati al pronto soccorso di Mirandola. Pensavamo di morire - prosegue Ali - Due nostre vicine di fronte sono morte: conoscevamo benissimo quelle signore. Una tragedia dalle proporzioni terribili».


LA MAXI EMERGENZA

Mirandola si è trovata a gestire una maxi emergenza. Sono 22 le persone coinvolte nell’incendio. I pazienti coinvolti portati a Mirandola e poi assistiti al Santa Maria Bianca sono stati tutti dimessi. Grave Giuseppe Pelliciari, marito di una delle vittime. Tre sono i ricoverati a Vaio (Fidenza), sottoposti a terapia iperbarica, due sono stati dimessi, tra cui un minorenne accompagnato dalla madre. Restano gravi, seppur in miglioramento, le condizioni della terza paziente, che rimane ricoverata. Sono tre i bimbi che stanno effettuando terapia con l’ossigeno ricoverati all’Ospedale di Carpi. L’Ausl ha allertato anche il coordinamento Anpas e Croce rossa. Sono state 13 le ambulanze coinvolte, più un’automedica, l’elisoccorso e il mezzo di coordinamento. L’Ausl si stringe al cordoglio dei familiari e di tutta la comunità mirandolese. In Pronto Soccorso a Mirandola, per il coordinamento in loco delle operazioni, è presente il direttore del Dipartimento interaziendale di emergenza-urgenza, il dottor Stefano Toscani. —


 

I TESTIMONI DELLA TRAGEDIA

IL FORNAIO LI HO SENTITI GRIDARE A SQUARCIAGOLA

 Stava iniziando a lavorare mentre, a pochi passi dal suo negozio, si stava consumando la tragedia.

Markja Gezim , titolare del forno Benedusi a pochi passi dal Comando della polizia municipale, ha trovato una scena terribile ad attenderlo quando si è recato al lavoro, nella notte fra lunedì e martedì. Grida di disperazione, paura e un fumo terribile.

«Sono arrivato alle 3 e ho visto una signora che vive nel palazzo, spaventatissima - racconta Gezim - Pensavo fosse successo qualcosa a lei, personalmente. Poco dopo ho capito perché si allontanava dal palazzo. Ho visto persone che gridavano dalla finestre. C’erano persone che non potevano scendere perché il fumo aveva invaso le scale e tutto lo stabile. È stato terribile».

Gezim ha spostato immediatamente il suo furgone per consentire ai mezzi di soccorso di entrare più agevolmente nella strada. «Nel giro di poco sono arrivati i carabinieri e i vigili del fuoco - conclude il fornaio - Le strade sono un po’ strette, infatti. Soprattutto dopo il terremoto è diventato difficile passare di qui»

IL SACERDOTE CHE HA DATO L'ALLARME

Ioan Feier, sacerdote della chiesa rumena greco cattolica di Mirandola, si è precipitato in strada quando si è reso conto della tragedia che si stava consumando nel cuore della notte, a pochi passi dalla canonica.

Il religioso, inizialmente, pensava ai ladri. Credeva che qualcuno stesse cercando di entrare nella canonica o di portargli via l’auto, parcheggiata a pochi metri dall’ingresso. «Ho sentito dei rumori - dice il sacerdote, ancora scosso per la tragedia vissuta poche ore prima - Inizialmente pensavo che alcuni malviventi stessero dando l’assalto alla mia auto, parcheggiata vicina alla canonica. Poi ho sentito un secondo rumore e un terzo subito dopo. Mi sono affacciato alla finestra e ho visto il rogo che stava devastando il Comando della Municipale. Mi sono vestito e precipitato in strada, nel giro di poco sono arrivati carabinieri, ambulanza con i soccorsi». La chiamata è partita alle 2.40.

«Poi siamo arrivati in cortile, c’era un fumo denso che non smetteva di uscire da porte e finestre - conclude il religioso - Mi dispiace che due persone siano morte: una ho cercato di aiutarla  anche io, insieme ai soccorritori»

L'AMMINISTRATRICE: SITUAZIONE CRITICA E BIMBI INTOSSICATI

 «La situazione è critica e drammatica. Ci sono morti e bambini intossicati... una tragedia».

Anna Russo è l’amministratrice del condominio invaso dal fumo che si è rivelato letale per due anziane e che ha intossicato gravemente altri inquilini. Ieri mattina ha fatto la spola tra la palazzina di via Roma e il Pronto Soccorso dov’è stata portata la maggioranza degli inquilini. Ed è in costante contatto con Acer e Comune per capire quali lavori saranno necessari e di quale entità per rientrare. «La palazzina è un immobile Acer, ente che abbiamo contattato subito per avere un quadro chiaro della situazione - conferma Anna Russo - Vogliamo verificare cosa sarà necessario fare per la ristrutturazione e l’accertamento dei danni strutturali. Di certo, per ora, c’è una cosa: la ristrutturazione non la farà il condominio. Si metteranno d’accordo Comune e Acer. Testimonio la mia vicinanza ai famigliari delle vittime e, in generale, a tutti gli inquilini, coinvolti da questa tragedia».

Nella palazzina ci sono nove alloggi: in cinque di questi vivono stranieri, tra cui argentini, marocchini, ghanesi, albanesi.

L'ANZIANA SALVATA IN EXTREMIS

«Mi sento come sette anni fa, quando ho dovuto lasciare casa per il terremoto: mai avrei pensato di vivere di nuovo una situazione del genere. Sono morte due persone: io mi sono salvata solo perché ero ancora sveglia per aspettare che mio figlio rincasasse». Ha uno guardo buono e dolce, ma una tempra di ferro da vera donna della Bassa, Primina Solera, 86 anni. Insieme ai figli Gianni e Rita Perboni è una delle tante persone che hanno dovuto lasciare casa loro a seguito del devastante incendio di lunedì notte. Trovando ospitalità nella micro residenza “Il Melograno” di San Prospero dove «accoglieremo altre nove persone» ha confermato la direttrice generale di Asp Roberta Gatti. Ieri a fare visita all’86enne c’erano il sindaco di Mirandola, il comandante della municipale Doni, il prefetto, il questore, il sottosegretario alla giustizia Ferraresi, il comandante provinciale dei carabinieri e i vigili del fuoco. «La mettete a posto la mia casa, vero? - ha chiesto più volte Primina ad un pompiere strappando a tutti un sorriso - lunedì notte, quando ho aperto la porta del bagno, sono stata invasa dal fumo: chi ha fatto questo deve pagare».

 

 

 

Pubblicato su Gazzetta di Modena